Russi in Italia

Nikolaj Davidovič Ževachov


Luogo e data di nascita: Linovica (gov. di Poltava) 24.12.1874 (5.1.1875)
Luogo e data di morte: Vienna, 1947
Professione: personalitŕ politica e religiosa

Esponente del ramo russo della famiglia dei principi georgiani Džavachišvili. Fratello gemello dell'episcopo di Mogilev Ioasaf (al secolo Vladimir Ževachov; 1874–1937), ucciso durante le repressioni staliniane.
Dopo la laurea in giurisprudenza, presta servizio nell’amministrazione imperiale: inizia nel 1902 come dirigente dello zemstvo di Poltava fino a giungere alla carica di sostituto-procuratore del Santo Sinodo (1916), carica che gli conferisce il grado di vice-ministro. Membro del gruppo d’estrema destra "Russkoe sobranie" (Circolo russo) dal 1909, grazie alle sue ricerche storico-religiose viene nominato altresì vice-presidente della Confraternita del beato Ioasaf. La sua presenza in Italia prende avvio nel 1910 col comando dell’Imperatorskoe pravoslavnoe palestinskoe obščestvo (Imperial Società Ortodossa di Palestina), presieduto da Elizaveta Fëdorovna, vedova del granduca Sergej Aleksandrovič, che lo incarica di scegliere un sito a Bari in cui edificare nella città di San Nicola un tempio e una foresteria per i pellegrini. Nel gennaio 1911 viene in Italia e diviene membro del Comitato barese; inviato a Bari anche nel maggio 1913, presenzia alla posa della prima pietra della chiesa e della foresteria. Autore del progetto è l'architetto Aleksej Ščusev, futuro ideatore del Mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa. L’impresa risulta sgradita alla gerarchia cattolica che vi vede una concorrenza "scismatica”, ma lo scoppio della Prima guerra mondiale ne impedisce la realizzazione pratica.
Ževachov tocca l’apice del successo al momento della crisi del potere imperiale (il 6 dicembre 1916 è insignito dell’ordine di S. Vladimir di 4ª classe, e il successivo 1 gennaio 1917 promosso a Consigliere effettivo di Stato e insignito del titolo di kamerger), ma subito dopo, con la rivoluzione di Febbraio, comincia la sua disgrazia: è arrestato (5 marzo) per ordine del Governo provvisorio. Dopo la vittoria dei bolscevichi, si ritrova nei territori controllati dalla Guardia bianca, in particolare a Pjatigorsk, dove s’era stabilito anche l’ex-metropolita Pitirim di Pietrogrado (col quale ebbe un rapporto complicato per via dei discussi rapporti di entrambi con Rasputin): stando alle voci raccolte in seguito, sarebbe scappato dopo averlo derubato. Successivamente fugge in Serbia, dove vive fino al settembre 1920, quando si trasferìsce a Bari, nei locali della foresteria.
Prima di stabilirsi in Italia, nel novembre 1920 aveva contattato a Berlino vari esponenti del nascente nazional-socialismo; il 16 gennaio 1922 aveva conosciuto il maresciallo Ludendorff a Monaco e frequentato gli emigrati russi, in particolare il colonnello F.V. Vinberg (1868–1927) ed il luogotenente P.N. Šabel’skij-Bork (1893–1952), uno dei due assassini di Vladimir Dmitrievič Nabokov, editori della rivista "Luč sveta" che nel 1920 ristampò i Protocolli dei savi di Sion. Nell’ottobre 1926 si era recato a New York dove aveva incontrato A.I. Čerep-Spiridovič (1868–1926), promotore, assieme a B.L. Brazol’ (1885–1963), della campagna dei Protocolli negli USA; nel marzo 1931 si era recato a Parigi per la questione della chiesa di Bari, poi aveva fatto un viaggio in Transcarpazia e pubblicato un opuscolo a Chişineu.
La situazione della chiesa di Bari è sin dall'inizio spinosa: la Società ortodossa imperiale (come delegato della quale Ževachov s’era installato nel complesso) era stata trasformata dal Governo provvisorio in Società di Palestina, e i due addetti alla chiesa, Aleksandr Alekseev e Vladimir Kamenskij, passati ai sovietici, ne rivendicavano la conduzione: così egli intraprende una lunga vertenza giudiziaria contro di loro, ottenendo sulle prime solo la gestione temporanea. Alla fine degli anni Venti viene anche nominato un nuovo parroco (Sergij Noarov), che però Ževachov rifiuta perché inviato dal metropolita di Parigi Evlogij d’intesa col ristabilito Patriarcato di Mosca, mentre lui riconosceva solo l’autorità della Chiesa sinodale all’estero, guidata dal vescovo Antonij emigrato in Jugoslavia. Ma il nodo giuridico più serio è la causa intrapresa dal 1928 contro la Società di Palestina, cioè il governo sovietico, rappresentata dall'avv. Semen Členov (1890–1937), che rivendicava il legittimo possesso del complesso barese. A detta di Ževachov si trattava di salvare la chiesa di Bari dalle grinfie d’un governo ateo, ma la questione celava una grave frattura all'interno della chiesa ortodossa russa; per il governo sovietico era invece in gioco il principio di reciprocità nei rapporti internazionali. Si giunse a un compromesso: un cittadino italiano (Francesco Rodriguez) vantava un credito dal governo sovietico e M.M. Litvinov subordinava il saldo dell’indennizzo (con l'eventuale cessione di «tutti o parte dei beni [...] siti in Italia») al riconoscimento del «legittimo possesso della chiesa e degli immobili di Bari alla Società soviettica per la Palestina, vale a dire al Governo dell’URSS». Nel corso degli anni divenne un affaire di grande rilievo che coinvolse non solo le Ambasciate sovietica a Roma e italiana a Mosca, i Ministeri degli Esteri dei due paesi, ma lo stesso governo italiano ai massimi livelli (Mussolini), le cariche istituzionali (il re e la regina), il re Boris di Bulgaria, giungendo a interessare perfino il Foreign Office a Londra.
Dopo la sentenza del Tribunale italiano favorevole al Russkoe Palestinskoe Obščestvo (13.II.1936) la vertenza si chiuse con l’acquisizione del complesso da parte del Comune di Bari, che provvide in cambio a risarcire l'ing. Rodriguez, a liquidare Ževachov e a mantenere il sacerdote ortodosso della chiesa di Bari (nel 2009 il complesso è stato donato dallo Stato italiano – succeduto al Comune – al Patriarcato di Mosca).
Antisemita convinto e militante, Ževachov è chiamato come testimone della difesa al processo di Berna del 1934 contro la diffusione in Svizzera dei Protocolli di Sion, sui quali nel 1939 aveva scritto un libello in italiano (recensito della rivista "Tempo di Mussolini", 7.12.1939); è anche invitato a collaborare all’enciclopedia anti-ebraica Sigilla Veri, diretta da Ulrich Fleischhauer (1876–1960). La vicenda aveva messo in una posizione scomoda il regime fascista, idealmente solidale con gli interessi rappresentati da Ževachov ma ben attento a non guastare gli ottimi rapporti con l'URSS (che raggiunsero il loro apice proprio nel 1933-1934): Ževachov conduceva invece la sua battaglia contro i bolscevichi e l’oscura minaccia giudaico-massonica, tra i contrasti interni all'emigrazione russa e i difficili rapporti col governo italiano, che però ai suoi occhi rappresentava l'ultimo baluardo nei loro confronti. Mentre difendeva l'Ortodossia nella causa di Bari e proclamava a Mussolini il suo impegno per «i doveri morali e statali», venne citato «addì 30 gennaio [1931], a comparire davanti al Pretore di Foggia all'udienza dell’11 p. v. per rispondere della imputazione di atti di libidine commessi a Foggia il 6 novembre 1930, in persona di un minore di anni 16». Se la cavò con un’assoluzione per insufficienza di prove, ma l’episodio gli costò caro per le sue ambizioni politiche. Ževachov difatti aveva cercato di accreditarsi politicamente presso le alte sfere del regime fascista, trovando una certa attenzione dal ministro Arrigo Solmi (1873–1944), al quale il 25.VII.1941 aveva inviato un memorandum per esporgli le sue idee sulla ricostruzione dell’Europa dopo la vittoria sul bolscevismo e le demoplutocrazie, mentre Giovanni Preziosi (il primo editore italiano dei Protocolli) in una nota del 1942 tacciava Ževachov di «malafede e impudenza», di essere «malato di fantasia», e concludeva che «gli italiani non hanno nulla da imparare da codesto principe russo». In ogni caso, la sua richiesta di un colloqui con Mussolini non venne mai recepita, anche per la cattiva fama che il principe s’era fatto per via delle sue avventure foggiane.
In seguito alla perdita del complesso barese, dove risiede fino al 1941, Ževachov si trasferisce a Roma e, all’inizio del 1944, vi pubblica il Colloquio con Motovilov di S. Serafino di Sarov. Dopo la liberazione della città (4 giugno) la sua posizione si fa insostenibile, sicché fugge al seguito delle truppe tedesche. L’Austria fu mèta di molti sbandati tedeschi e collaborazionisti italiani e anche Ževachov approdò a Vienna, trovando asilo presso un conoscente, Jonak von Freyenweld (1878–1953), un antisemita già collaboratore della difesa al processo di Berna. Muore a Vienna nel 1947 in un ospizio per anziani  ne dà notizia solo una rivista dell’emigrazione di New York.

Pubblicazioni
N.D. Gewakhow, La verità su Rasputin. Bari: Tip. G. Pansini e Figli, 1930.
Il retroscena dei «Protocolli di Sion»: la vita e le opere del loro editore Sergio Nilus e del loro autore Ascer Ghinsberg. Roma: Unione editoriale d’Italia, 1939.
Memorie della rivoluzione russa 1917. Milano: Editrice la rivista «Tempo di Mussolini», 1942.
Prefazione, in Colloquio del grande santo russo Serafino di Sarov con N.A. Motovilow. Roma: La speranza, 1944.

Fonti archivistiche
Archivio Centrale dello Stato, Roma. SPD. CO. F. 1117.097.
Archivio Centrale dello Stato, Roma. PCM: Russia 1928-1930.
Archivio Centrale dello Stato, Roma. PolPol. F. 577. B. Gewakhow Nicola.
ASMAE. AP. 1919–1930. B. 1535–1557.
ASV. 1913. Rubr. 3. Prot. 64530.
Hoover Institution (Stanford, CA). M.N. Girs papers, 1917–1926. B. 24-7, 24-8.

Bibliografia
R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo. Torino: Einaudi, 1961.
M.T. Pichetto, Alle radici dell’odio. Milano: F. Angeli, 1983
C.G. De Michelis, Il principe N.D. Zevaxov e i «Protocolli dei savi di Sion» in Italia, "Studi storici" 1996, № 3, pp. 747–770.
C.G. De Michelis, Il manoscritto inesistente. Venezia: Marsilio, 2004.
Archivio della principessa Demidova. Lettere e documenti, a cura di S. Merendoni. Firenze, Leo S. Olschki, 2000, pp. 197–213.
M. Hagemeister, N.D. Zhevakhov, in Biographisch-Bibliographisches Kirchenlexikon. Nordhausen: Verlag Traugott Bautz, 2003.

Cesare G. De Michelis
Scheda aggiornata al 3 novembre 2018




Lo studio di Ževachov a Bari
Archivio del Museo "Naša epocha" (Mosca)




Foto di Ževachov del 1942
Archivio del Museo "Naša epocha" (Mosca)




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