Russi in Italia

Campo di concentramento dell’Asinara


Denominazione: Campo di concentramento dell'Asinara (SS)
Sede e recapiti: isola dell'Asinara
Data di fondazione: 1915

Alla fine della Prima guerra mondiale, nel territorio italiano si trovano alcune migliaia di militari russi, ex prigionieri dell’esercito austro-ungarico, che sono passati in mano italiana durante le ultime offensive sul fronte austriaco del novembre 1918. Il governo italiano, nel timore che i soldati russi abbiano idee bolsceviche e possano creare problemi di ordine pubblico, decide di tenerli lontani dalla popolazione civile e dai militari di altre nazionalità e di internarli sull’isola dell’Asinara, a nord della Sardegna. Nel 1918 le deportazioni all'Asinara includono anche militari italiani, disertori dopo la disfatta di Caporetto. Gli ex prigionieri russi sono circa 7200 nei primi mesi del 1919.
L'Asinara è piccola e gli internati sono malvisti; alcuni si suicidano, ma molti fanno domanda per trattenersi in Italia (ad es. Comolev Niconor di Virgilio, Dimitrienco Giovanni). Nel fondo Zanotti Bianco si conserva una lettera dattiloscritta redatta in italiano (destinatario non identificato, ma presumibilmente lo stesso Zanotti Bianco), da cui si evince che gli internati si sono organizzati in associazione: rimasti in 4.500, con il consenso dell'Autorità locale hanno istituito tre cooperative di consumo, una scuola, una biblioteca e un teatro. Mancano, tuttavia, "libri, carta, lapis". L'unica fonte di guadagno è il profitto delle cooperative, ed è in ragione dell'estrema indigenza che si rivolgono al destinatario, richiedendo libri russi per la biblioteca, carta per la scuola, vestiti per gli allestimenti scenici del teatro. La lettera è vergata dal "Presidente Rosenzveig", segretario della Colonia. 
Nel 1919 una Missione militare russa comandata dal colonnello A.M. Volkonskij è autorizzata dal governo italiano a recarsi nel campo di concentramento dell’Asinara per addestrare i prigionieri russi e inquadrarli in un corpo di volontari da inviare a combattere nella guerra civile al fianco delle Armate volontarie di Denikin e Kolčak. 1500 uomini nell’ottobre 1919 vengono imbarcati dall’Asinara sul piroscafo Palasciano, rimpatriati a Novorossijsk e consegnati alle truppe bianche per essere arruolati contro l’Armata rossa.
Nel 1920 i russi dell'Asinara si rivolgono al presidente della Croce rossa russa all'estero, denunciando condizioni di estrema sofferenza. Questi scrive da Parigi al console russo in Italia, M. N. Girs, chiedendone un tempestivo intervento. Tra i militari russi qui deportati tra gli anni 1919-1921 si annoverano: Repizchi Gregorio; Corobra Fedor o Corobena Feodot; Griszenko Carlo o Griscenco; Selesnov Costantino; Lubarschk o Lunbarski Paolo; Mironov Ivan; Rudiscoi Gregorio o Buoluscoi Georg; Babenco Efraim; Stupac Nicolai; Smirnov Paolo; Wlasenco Onesy o Atanasio; Kovanor Fedor; Momolin Stefan; Butco Grigori.
In seguito a una campagna di denuncia del quotidiano socialista “Avanti!”, che accusa Volkonskij di costringere con minacce e violenze i prigionieri russi ad arruolarsi, il governo italiano interrompe il lavoro della Missione militare russa e permette a una delegazione socialista di andare a fare un’ispezione nel campo di concentramento, per accelerare il rimpatrio dei prigionieri russi. La delegazione, composta dai deputati socialisti Giovanni Bacci e Fabrizio Maffi, dall’interprete Michail Vodovozov, "delegato russo per il rimpatrio dei prigionieri" e dal medico Ekaterina Stanislavskaja, moglie di Mark Seftel', visita l’Asinara il 13 dicembre 1919. Comincia così un braccio di ferro tra Volkonskij e Vodovozov per ottenere la fiducia del governo italiano: Volkonskij vorrebbe continuare a inviare i prigionieri come volontari nelle armate antibolsceviche, mentre il bolscevico Vodovozov chiede di rimpatriare i soldati nella Russia sovietica, spingendo così le autorità italiane a trovare un accordo con il nuovo regime russo.
Intanto sull’isola sono rimasti quasi 5000 russi che vivono condizioni pessime, alloggiano in tende, non hanno assistenza sanitaria, ricevono pochissimo cibo e acqua potabile. I prigionieri chiedono aiuto alle associazioni umanitarie italiane e russe, si rivolgono alla Croce rossa, e al Comitato di soccorso ai russi in Italia, presieduto da Karl Vejdemjuller. Riescono a ottenere piccoli aiuti per organizzare la loro vita quotidiana, ma le condizioni della loro prigionia continuano a essere molto dure.
Nella primavera del 1920, il capo del governo Francesco Saverio Nitti autorizza Nicola Bombacci, leader del partito socialista italiano, a negoziare con il governo sovietico lo scambio dei prigionieri russi. Nell’aprile 1920 Bombacci e Vodovozov incontrano a Copenaghen il rappresentante sovietico M.M. Litvinov per definire i termini del primo atto ufficiale tra il governo sovietico e quello italiano: gli ‘azinarcy’ che vogliono rientrare nella Russia sovietica saranno sbarcati a Odessa e in cambio il governo di Lenin consegnerà all’Italia i suoi sudditi che vogliono rimpatriare e un carico di grano russo. Così intorno alla metà di luglio 1920 3.851 ex militari russi sono imbarcati sui tre piroscafi italiani Thalia, Pietro Calvi e Melpomene e arrivano a Odessa il 21 luglio 1920, dopo aver caricato a Napoli 40 persone e a Costantinopoli altri 100 russi provenienti dall’Egitto; con il convoglio dei prigionieri viaggiano anche il deputato socialista Dino Rondani e l’attivista bolscevica Anna Rakosvkaja. Una volta sbarcati i prigionieri a Odessa, i piroscafi ripartono per l’Italia con a bordo 230 italiani e il Pietro Calvi trasporta anche più di 4.000 tonnellate di cereali (Serra 1975, p. 141).
"Con l'avvenuto rimpatrio dei 3.851 ex militari russi optanti per la repubblica dei soviet e dei 140 optanti per l'Ucraina, restano internati ancora all'Asinara 106 ex militari rinunciatari al rimpatrio o chiedenti destinazioni varie" (21 luglio 1920. Telegramma del Ministero della Guerra al Ministero dell'Interno).

Nel campo di concentramento dell’Asinara rimangono infatti internati fino al 1921 ancora 100 militari russi, i quali in seguito sono trasferiti in altri luoghi di prigionia e di lavoro in Italia. Sulla sorte dei russi che rimangono all'Asinara si crea un caso, non essendo chiaro quale ministero debba occuparsene, se quello della guerra, quello degli esteri o quello degli interni, giacché si tratta sì di militari stranieri ma, "già prigionieri degli austriaci", ma sono stati liberati e "non catturati dalle nostre truppe".

Nel dicembre 1920 gli ex militari russi all'Asinara sono ancora 83. Nell'estate 1921, il Ministero della Guerra sottolinea:

"la quistione diventa ogni giorno più grave, tale da fare assumere al Governo una seria responsabilità, anche perché sarà assai difficile sostenere la legittimità della detenzione dei russi e, soprattutto, scagionarsi dalle gravi lesioni che la loro salute subisce" (Ministero della Guerra al Ministero degli Affari Esteri, 16 agosto 1921. ASMAE, A.P., Russia, b. 1525).

La soluzione condivisa dai vari ministeri coinvolti e dalla Rappresentanza sovietica in Italia è di riproporre ai russi il rimpatrio: Vaclav Vorovskij nel giugno 1921 invia una delegazione sull'isola per raccogliere informazioni precise sul numero di coloro che vorrebbero rientrare nella Russia sovietica. Le autorità italiane si raccomandano affinché "nessuna legge di umanità sia violata e nessuna coazione sia fatta agli internati, i quali dovranno sempre essere amorevolmente assistiti e compatiti" (Ibidem). Ma solo 9 dei 76 ex militari ancora internati scelgono di rientrare in patria e 7 di loro lasciano l'Italia nel luglio 1921, imbarcandosi a Brindisi: Krapivny Timofei, Selezen Konstantin, Rudskoi Grigori, Jilkin Aleksei, Gromoff Aleksei, Korotenko Ivan, Lubarsky Pavel.

Tra gli altri permane uno stato di forte disagio materiale e psicologico, che si manifesta nel rifiuto del cibo, in numerosi suicidi e soprattutto in una mania di persecuzione collettiva nei confronti della popolazione civile dell'Asinara. Si decide pertanto di avviare i circa cinquanta russi in grado di lavorare a Bonovra (Sassari), per impiegarli nei lavori di bonifica del luogo sotto il comando militare, come sarebbe loro desiderio, e di trasferire gli altri sul continente, in manicomi o strutture penali, pur di allontanarli dall'isola.

Bibliografia
Enrico Serra, Nitti e la Russia, Bari, Dedalo libri, 1975.
Serge Noiret, Le origini della ripresa delle relazioni tra Roma e Mosca. Idealismo massimalista e realismo bolscevico: la missione Bombacci-Caprini a Copenhagen nell'aprile 1920, «Storia contemporanea», ottobre 1988, n. 5, pp. 797-850.
Claudia Scandura, L'emigrazione russa in Italia: 1917-1940, «Europa Orientalis», 1995, n. 2, pp. 345-346.
А. Аккаттоли. Русские военнопленные в итальянских концентрационных лагерях (1918-1920) // Первая мировая война – пролог XX века. Материалы международной научной конференции / Ответственный редактор Е.Ю. Сергеев. Часть 1. М.: ИВИ РАН, 2014. С. 269-272.

Fonti archivistiche
Archivio Centrale dello Stato, Roma, Ministero dell'Interno, Direzione generale della Pubblica sicurezza, Affari generali e riservati, 1920 A16. B. 43. F. Repizchi Gregorio.
Archivio Centrale dello Stato, Roma, Ministero dell'Interno, Direzione generale della Pubblica sicurezza, Affari generali e riservati, 1921. A16. B. 30. F. Corobra Fedor; b. 35, f. Griszenko Carlo o Griscenco; b. 45, f. Mironov Ivan]; b. 51, f. Rudiscoi Gregorio; b. 58, f. Wlasenco Onesy o Atanasio.
Archivio Centrale dello Stato, Roma, Ministero dell'Interno, Direzione generale della Pubblica sicurezza, Affari generali e riservati, 1923 A16, b. 18, f. Babenco Efrem.
ANIMI, Fondo Zanotti Bianco, Missione umanitaria in Russia, B.01.UA1.
Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, Archivio della Biblioteca Gogol'.
Archivio Storico-diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, Affari Politici, 1919-1930, X Russia, b. 1525, f. Missione Vorowski e ripresa relazioni commerciali.

Agnese Accattoli
Scheda aggiornata al 1 novembre 2018


Carcere dell'Asinara


Detenuti al lavoro nel carcere dell'Asinara in una foto dell'inizio Novecento


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