Russi in Italia

Firenze: sulle orme di Dante e Leonardo

Giuseppina Giuliano

Non conosco nulla di più recondito e misterioso
della grigia, scura, torbida e fiera Firenze

(lettera a Percov del 19.12.1897)


Firenze e i suoi dintorni sono i luoghi preferiti di Merežkovskij in Italia. Lì sono nati i due personaggi della cultura italiana sui quali il poeta scrive alcune delle sue opere maggiori: Voskresšie bogi. (Leonardo da Vinči) (1901) e Dante (1938).
Le ricerche su Leonardo risalgono alla fine del XIX secolo, quando Merežkovskij e la moglie, per puro diletto, visitano l'Italia: "Ieri sono stato nel paesino di Vinci, dove è nato e ha trascorso l'infanzia Leonardo da Vinci. Ho visto la sua casa, che appartiene ora a poveri paesani. Ho passeggiato sui monti circostanti, dove Leonardo per la prima volta ha visto il mondo di Dio. Se sapeste come è tutto bello, affine  ai russi e necessario. Come tutto questo illumina e purifica l'anima dalle porcherie di Pietroburgo. Visiterò ancora altri meravigliosi luoghi e città dove è stato Vinci" (lettera di Merežkovskij a Percov del 6.4.1896).

Anni più tardi anche Zinaida Gippius descriverà questo viaggio sulle orme di Leonardo:

"ci siamo diretti in tutti i paesini che avevano attraversato Francesco I e Leonardo: Faenza, Forlì... fino a Senigallia, a sud. Di lì siamo tornati verso nord, di nuovo attraverso Firenze (dopo essere passati per Mantova). Ci siamo fermati in un paesino vicino Firenze, da cui non passava più la ferrovia, in un posto vicino al Monte Albano, dove si trova il villaggio di Vinci. Abbiamo compiuto questo tragitto due volte: la seconda con il professor Uzielli, allora un esperto di Leonardo. In questo villaggio si è conservata la casa dove vivevano (all'epoca) i discendenti di Leonardo, dei contadini dalla barba rossa, e si è miracolosamente conservato anche un vecchio camino, trionfalmente mostratoci da Uzielli. Con lui abbiamo attraversato a piedi il monte Albano fino ad un'altra vallata dove si trova un altro paesino, da cui abbiamo fatto ritorno a Firenze. Il monte Albano è boscoso. Le giovani querce (era maggio) ancora non avevano perso le vecchie foglie che già spuntavano le nuove. (...) Di lì siamo andati a Milano, come non vedere l'affresco semi-distrutto dell'Ultima Cena! E infine in Francia, ad Amboise, dove è morto Leonardo" (Gippius Z., Živye lica).

A Firenze Merežkovskij terrà anche una lezione il 16 maggio 1932: "qui mi sento un po' come Chlestakov. Si dovrebbe e si potrebbe dire: - Scusate, ho speso tutti i soldi durante il viaggio, non potreste prestarmi cento rubli? E probabilmente me li darebbero e noi potremmo restare altre due o tre settimane (...). Ma gli sterili allori (e non i miei, perché Leonardo da Vinci non è più mio, strano a dirsi) non mi rallegrano per niente. Domani alla lezione a Palazzo Vecchio cercherò di dire appunto ciò con educato cinismo" (lettera ad Amfiteatrov del 15.5.1932).
Nel 1936, grazie ad un sussidio del governo italiano, Merežkovskij e la moglie trascorrono, stavolta alla ricerca di materiale per il libro su Dante, la fine della primavera e l'estate tra Firenze, nella pensione Piccioli, sull'Arno, e Roncigliano, nella pensione Sorgente Roveta. Visitano San Gimignano, Camaldoli, con i suoi boschi e il monastero francese, Vallombrosa e altri luoghi della Toscana (Gippius Z., Ital'janskij dnevnik).

Il risultato delle ricerche Merežkovskij è il libro su Dante, che per la sua condizione di esule sente vicino:

«Basta ch'io sollevi gli occhi dalle righe scritte, perché mi appaia quella terra di cui Dante diceva nell'esilio: "Il mondo è per me una patria, come il mare per il pesce, ma, sebbene io abbia amato Firenze al punto che subisco un iniquo bando per averla troppo amata, tuttavia non c'è luogo per me più ameno di Firenze" (...)  O terra straniera e familiare! Perché proprio qui più che in qualsiasi altro luogo sento che la nostalgia della patria è inestinguibile appunto perché non vuole essere placata? Perché non so dire se io stia meglio qui, in questo paradiso di una terra che per me è quasi una patria, di come starei laggiù, nell'inferno della mia vera patria?  E anche la patria celeste può forse sostituire quella terrena? A quanto pare, nemmeno Dante lo sapeva, se scrisse: "più che di tutti gli uomini ho pietà di quelli che, languendo nell'esilio, vedono la loro patria soltanto nel sogno". Perché risuona nel mio cuore, sommesso come il pianto di un bimbo nel sonno, questo lamento di Dante esule: "Popolo mio, che ti ho fatto? (...) È solo un caso, o qualcosa di più, il fatto che, proprio in questi giorni paurosi per tutta l'umanità, forse alla vigilia della sua lotta suprema per la sua anima vivente – la Libertà – un russo scriva di Dante, un mendico di un mendico, un disprezzato di un disprezzato, un esule di un esule, un condannato a morte di un condannato a morte?» (D. Merežkovskij, Dante e noi, in Dante, Bologna 1937).

Nell'immagine in alto un disegno di Firenze di Andrej Beloborodov.

 



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