Russi in Italia

Michail Nikolaevič Semënov


Luogo e data di nascita: Mosca, 15 marzo 1873
Luogo e data di morte: Napoli, 4 dicembre 1952
Professione: scrittore, pubblicista

Michail Nikolaevič Semënov, scrittore e pubblicista, nasce a Mosca il 15 marzo 1873 e muore a Napoli il 4 dicembre 1952. La principale fonte da cui possiamo attingere dati sulla sua vita è rappresentata dal libro di memorie intitolato Bacco e sirene. Memorie di Michail Semenov, pubblicato sia in russo che in italiano, nonché da altri cinque schizzi di carattere memorialistico sempre scritti da lui  stesso. Va notato, tuttavia, che il modo in cui Semënov descrive gli eventi della sua vita, i giudizi che ne dà, sono spesso in netta contraddizione con altre fonti documentarie oggettive e attendibili, cosa che ci spinge a trattare con estrema cautela la sua narrativa autobiografica.
A meno di cinque anni Semënov perde il padre, Nikolaj Michajlovič Semënov (1829-1877), sovrintendente del Museo Botanico presso l'Università di Mosca. Il bambino viene affidato agli zii: il consigliere P. N. Semënov, il senatore N. P. Semënov e il famoso geografo ed esploratore P. P. Semënov Tjan-Šanskij, a suo tempo segretario della Commissione per l'abolizione della servitù della gleba. In seguito a un trauma subito all'età di sette anni Semënov sviluppa una malattia nervosa che gli impedisce di completare gli studi scolastici: soffre di una forte depressione che si alterna con periodi di frenetico attivismo. Dopo essere passato per diversi ginnasi di Mosca, Rjazan', Orel, Tula, nel 1892, grazie a una raccomandazione, supera finalmente un finto esame di maturità a Kolomna.
Semënov ha avuto un cugino di terzo grado, l'ufficiale della Guardia N. M. Semënov (1867-1933), suo omonimo, massone e membro dell'organizzazione segreta dei Martinisti, che, congedatosi dall'esercito, andò a vivere nella sua tenuta di campagna nella provincia di Rjazan'. Durante tutta la sua vita Semenov non smette di appropriarsi dei dettagli biografici di questo lontano parente, secondo le necessità e la convenienza del momento. Una volta giunto in Italia, si presenta come "figlio di un grande industriale moscovita, proprietario della tratta San Pietroburgo - Odessa della rete ferroviaria" (secondo il ricordo di Franco Zeffirelli).
Nel 1891, per "fare compagnia" all'amico V. Rossinskij, si iscrive alla Scuola di pittura e scultura di Mosca, da dove viene presto espulso per non aver pagato la retta. Nel 1892, insieme ad altri studenti che partecipano a una riunione politica, viene arrestato e attira l'attenzione della Ochranka, la polizia segreta zarista; solo l'intervento dello zio senatore gli permette di evitare il carcere. Successivamente, in cerca di un lavoro, si trasferisce a San Pietroburgo, dove si fa assumere dalla Commissione per il censimento della popolazione presso l'Università, e segue senza iscriversi i corsi della Facoltà di scienze naturali.
Negli anni 1891-92 Semënov si appassiona all'insegnamento di Tolstoj e stringe amicizia con alcuni adepti del tolstoismo, tra cui il futuro bolscevico V. D. Bonč-Bruevič, e la famiglia dei Veličkin, seguaci di Tolstoj e rivoluzionari. A suo dire avrebbe addirittura intrapreso un carteggio con Tolstoj e sarebbe andato a fargli visita di persona (in realtà, nell'archivio di Tolstoj non si trova alcuna traccia di questo carteggio, né viene annotata nel libro degli ospiti la sua visita). Influenzato da Tolstoj, si prodiga per aiutare le vittime della carestia, fa il paramedico nel lazzaretto per i malati di colera in un villaggio nella provincia di Rjazan', per gli stessi motivi ideologici è renitente alla leva e aderisce ai circoli social-democratici. Per sottrarsi alla persecuzione poliziesca, decide di lasciare la capitale, affronta l'esame da maestro di scuola che gli permette di evitare il servizio militare, e nella primavera del 1893 va a lavorare come maestro nel villaggio Egoldaevo, dove per più di tre anni insegna nella scuola elementare.
Nel 1895, spostatosi a Rjazan', stringe amicizia con alcuni esiliati politici, sia liberali (tra cui P. N. Miljukov) che socialisti e "populisti" (I. A. Davydov, A. N. Pokrovskij); insieme a loro e alla locale nobiltà liberale organizza una raccolta di fondi per la costruzione di una nuova scuola elementare. Dello stesso periodo è un suo pamphlet che descrive le disavventure subite nell'affrontare il sistema burocratico.
Nell'ottobre 1896 ritorna a San Pietroburgo (a partire da novembre dello stesso anno finisce sotto il controllo della polizia). All'inizio del 1897, insieme al marxista V. A. Posse, assume la direzione editoriale della rivista "Novoe slovo", dopo che si era sciolta la precedente redazione di ispirazione "populista". Questa rivista diventa l'unico organo di stampa marxista legalmente pubblicato in Russia. Il redattore capo è P. B. Struve, mentre altri autori noti come strenui oppositori del regime autocratico collaborano all'edizione della rivista. Vi pubblicano i propri contributi, sotto vari pseudonimi, i marxisti V. I. Ul'janov (il futuro Lenin) e G. V. Plechanov, gli scrittori  Stanjukevič, Potapenko e il sempre più famoso M. Gor'kij. Dal canto suo, Semënov cura la rubrica delle Lettere dalla provincia, e pubblica tre articoli nella sezione Cronache. In questo periodo stringe un'amicizia epistolare con V. Bonč-Bruevič, rifugiatosi in Svizzera, e successivamente, in Inghilterra per sfuggire all'arresto. L'intero carteggio viene analizzato e copiato dalla Sezione operativa della Ochranka. Otto mesi dopo la rivista "Novoe slovo" viene chiusa per decisione del Governo, cosa che lascia Semenov senza mezzi di sostentamento.
Nello stesso periodo inizia l'amicizia di Semënov con Ljubov' Fedorovna Dostoevskaja, figlia dello scrittore. Frequentando l'entourage di Ljubov' Fedorovna incontra una sua amica, una ricca ereditiera pronta a sacrificare il patrimonio alla "causa rivoluzionaria" la quale, nel 1898, diventa sua moglie. Nelle sue memorie Semenov la nomina solo come "contessa": si può presumere che si tratti di Marija Nikolaevna Rizenkampf, figlia del generale N. A. Rizenkampf (?-1904) e nipote del medico A. E. Rizenkampf (1821-1895), amico di gioventù di Dostoevskij. La contessa Rizenlampf è stata, infatti, un'attivista della causa femminista. Il matrimonio con Semenov non dura molto.
Nell'autunno 1898 Semënov apre nel centro di San Pietroburgo il negozio di libri "Znanie" e in breve tempo rimette a posto la propria situazione finanziaria. Dalle copie delle sue lettere a Bonč-Bruevič conservate nell'archivio della Ochranka, veniamo a sapere che nello stesso periodo partecipa alla pubblicazione e distribuzione di libri vietati dalla censura, di ispirazione socialista e marxista, e pensa all'organizzazione di una tipografia clandestina nei locali della sua libreria. In seguito ha spesso raccontato di aver conosciuto in quel periodo, presso i Veličkin, il "compagno Leo", ossia V. Ul'janov (tuttavia, nell'Opera omnia di Lenin un simile nome di battaglia non è mai menzionato). Il "compagno Leo" gli avrebbe commissionato di trasportare in Lituania un carico di libri vietati dalla censura, cosa che egli avrebbe eseguito con successo. Nella primavera 1899 il Dipartimento di polizia pone fine all'attività di questo gruppo clandestino, perlustra l'appartamento e mette in stato di fermo i cospiratori. Dopo aver ottenuto la libertà con soggiorno obbligato, insieme ad altri tre coimputati (N. Berezin e le sorelle Pisarev) si nasconde in Finlandia, nel villaggio di Mustamäki presso la dacia di Bonč-Bruevič.
Nel tentativo di sottrarsi alla "cappa" della polizia segreta, all'inizio del 1900 parte per l'Europa e intraprende un lungo viaggio per le città universitarie tedesche e svizzere; frequenta i corsi di storia dell'arte a Leipzig, Berna e Heidelberg, ma non riesce mai a laurearsi a causa della sua malattia nervosa. Uomo affabile, dotato di una particolare capacità di affascinare l'interlocutore, per poi sfruttare le persone conosciute a proprio vantaggio, Semënov conduce la vita dissoluta di uno studente universitario benestante, mantenendo però i suoi legami con gli ambienti rivoluzionari russi in Francia, Italia e Svizzera. A Ginevra viene ospitato da Plechanov e viene assunto come istitutore di lingua russa delle sue figlie. Nello stesso tempo mantiene i rapporti con Bonč-Bruevič e i seguaci di Tolstoj. Amici facoltosi, come T. Trapeznikov e V. Zubov (in seguito divenuti due grandi esperti di storia dell'arte) danno volentieri un sostegno finanziario a Semënov, rimasto senza alcuna fonte di guadagno. Per iniziativa e con l'effettiva collaborazione di S. Zubov fonda, a proprie spese, il famoso Istituto di Storia delle Arti di San Pietroburgo (detto anche Istituto Zubov), tuttora esistente.
Semënov ha più volte sostenuto che, dopo aver pubblicato nel 1900 sulle pagine di "Mir iskusstva" un reportage sull'esposizione di arte contemporanea di Monaco, sarebbe diventato un collaboratore fisso della famosa rivista, nonché amico del suo direttore Sergej Djagilev (un'analisi dettagliata delle annate 1899-1904 di "Mir iskusstva" non fa emergere neanche una pubblicazione firmata "Semënov"). In realtà, l'incontro con Djagilev avviene solo il 20 novembre 1903, quando Semënov partecipa alla seduta del comitato redazionale di "Mir iskusstva" a San Pietroburgo, come ricorda V. Brjusov, anch'egli membro della redazione.
Nel 1900 Semënov traduce il romanzo Homo Sapiens di Przibyszewski, che all'epoca si trovava al culmine della popolarità. Nel 1901 porta il manoscritto a Mosca e lo consegna personalmente a S. A. Poljakov, fondatore della nuova casa editrice simbolista "Skorpion". Grazie alla partecipazione attiva di Brjusov il romanzo viene pubblicato. Insieme a Brjusov, K. Bal'mont, Ju. Baltrušajtis, Semënov entra a far parte della redazione di "Skorpion", e, dall'ottobre del 1904, del comitato redazionale della rivista "Vesy". Dei tre poeti fondatori di "Vesy" Semënov ha lasciato, nel suo libro di memorie, una serie di ricordi, dipingendo i tre (e anche se stesso) come di un gruppo di alcolisti attaccabrighe ed erotomani.
Nel 1903 sposa la sorella di Sergej Poljakov, Anna Aleksandrovna, titolare di un ingente patrimonio. Nel 1904, dopo il viaggio di nozze in Europa e Nord Africa, su richiesta di Brjusov, si trattiene a Parigi, dove insieme a Maksimilian Vološin, dà vita, anche se in modo informale, alla redazione estera della rivista "Vesy". I due scrivono una serie di recensioni per la rubrica mensile di vita culturale europea, nella cui stesura coinvolgono molti personaggi all'epoca famosi. Secondo quanto ammette egli stesso, però, non è chiaro come vi riuscissero; così, in una lettera a Poljakov datata 4 ottobre 1904, scrive: "La mia disgrazia consiste nel fatto che non so il francese, mentre Vološin è incapace fino all'inverosimile". Comunque, a causa dei periodici attacchi di depressione, l'attività culturale di Semënov comincia a languire, e verso il 1909 cessa del tutto.
In cerca di un guadagno Semënov si offre a ricchi collezionisti, come i fratelli Ščukin, quale intermediario per l'acquisto di opere d'arte occidentale, e per questo entra in contatto con pittori e poeti francesi. Nel marzo 1907, nella sala del Grande Oriente di Francia, ascolta la conferenza di D. S. Merežkovskij Discussione sull'autocrazia, di cui pubblica un rendiconto, dal titolo Merežkovskij a Parigi, nel quotidiano "Utro" (9 marzo 1907), mentre più tardi ne ricava un articolo sull'anarchismo mistico (Lettres russes. Le mysticisme anarchique sulla rivista "Mercure de France", num. 242 del 8 luglio 1907, firmato "Semenoff Michel").
Nel periodo 1906-1908 compie numerosi viaggi in Italia, sfruttando le conoscenze dello zio Semënov Tjan-Šanskij e beneficiando di raccomandazioni di noti scrittori e letterati italiani come G. Deledda, G. Papini, G. Vannicola. Nei suoi viaggi visita Capri, la Sardegna, Milano e Firenze.

Il soggiorno italiano
Nel 1909 si trasferisce definitivamente a Roma, dove lavora come corrispondente della rivista "Novoe vremja", e in poco tempo si trova al centro di un grosso scandalo: sul giornale "La Tribuna" viene pubblicata una lettera anonima in cui lui e il suo amico Zubov vengono accusati di complicità nell'omicidio del terrorista rivoluzionario polacco E. Tarantowicz. Chiamato a rispondere Semënov identifica l'autore della lettera anonima in un tale B. Berljand, e, su insistenza della polizia, lo denuncia per diffamazione. Il 22 maggio 1909 vince la causa, mentre Berljand passa due mesi in carcere e successivamente viene espulso dall'Italia. Ciononostante, da quel momento il Dipartimento di sicurezza della polizia italiana tiene un fascicolo sul suo conto e lo tiene costantemente sotto osservazione.
Trenta anni dopo Semënov ritornerà su questo episodio, rimasto per lui un ricordo doloroso, e pubblicherà sulle pagine del "Quadrivio", una rivista di regime, un breve racconto dal titolo Il delitto di Via Frattina, in cui tutte le sue disavventure vengono spiegate ricorrendo alla teoria del complotto giudaico-massonico contro due nobiluomini russi di orientamento patriottico; la pubblicazione termina con una lode a Mussolini che avrebbe liberato l'Italia dalle trame giudaiche. Curiosamente, sul numero successivo della stessa rivista pubblica un secondo racconto autobiografico Come fui espulso dall'Italia, in cui narra un altro episodio, avvenuto nel 1919, in cui evitò l'espulsione grazie all'intercessione degli stessi massoni, i quali nel 1939, anno di pubblicazione del racconto, erano duramente perseguitati dal regime. Un terzo racconto dal titolo I fratelli Florinskij viene pubblicato su "Russkaja mysl", una rivista parigina in lingua russa, già dopo la guerra. Lì Semënov fa i conti – postumi – con due ingenui ex diplomatici zaristi (i fratelli del titolo), uno dei quali era passato con i sovietici, e all'epoca era già stato fucilato. Infine, in un'altra pubblicazione autobiografica, intitolata Gino Beghé, Dioniso anarchico, cerca di far rivivere la figura di un suo vecchio amico e compagno di sbronze, un misterioso architetto italiano, completamente dimenticato in patria, ma che – secondo lui – aveva avuto fortuna in Russia.
Nell'estate 1914 Semënov accompagna i familiari in Russia, ma poi fa ritorno in Italia. Con l'inizio della guerra la sua famiglia si disgregra: non avendo fatto ritorno in Russia, egli non vedrà più la moglie e le quattro figlie. Rimasto solo, perde di nuovo i mezzi di sostentamento. Trova però un'amica nella giornalista Valeria Teja, che gli mette a disposizione il minimo indispensabile per la sopravvivenza e il suo appartamento al centro di Roma.
Nel 1916 in Italia arrivano i Ballets Russes di Djagilev, che assume il vecchio amico come amministratore e come intermediario per i contatti con alcuni pittori italiani, tra cui Depero, Cardarelli, Barilli, Baldini. Con i soldi così guadagnati si compra a Positano un mulino abbandonato e qualche casa contadina, che restaura e dà in affitto, mentre trasforma il mulino a poco a poco in una suntuosa villa al mare, dove vivere e curare la nevrastenia "con il vino e con il sole". In questa dimora ospita personaggi come Djagilev, Picasso, Jean Cocteau, Lifar', Bakst, Nižinskij, Stravinskij, Marinetti, Eduardo De Filippo. In quel periodo lo conosce – e ne rimane affascinato – anche il giovane Franco Zeffirelli, che viveva in una villa poco distante.
Dopo l'avvento al potere di Mussolini Semënov, che figura come corrispondente di un giornale russo non più esistente e vive in Italia senza passaporto, si iscrive alla sezione straniera del Partito Fascista. Avendo mantenuto tutti i suoi vecchi contatti personali, gradualmente entra nelle grazie di alti gerarchi del regime: Galeazzo Ciano, sua moglie Edda Mussolini, il ministro della Propaganda E. Amicucci, il ministro delle Finanze e banchiere A. Osio, alti ufficiali dell'esercito. In tutto questo egli persegue un unico scopo, ossia ottenere la cittadinanza italiana, o almeno il permesso di residenza, senza i quali rischia continuamente l'espulsione. Come testimoniano documenti d'archivio, a metà degli anni '30 arriva a collaborare attivamente con il temibile servizio segreto del regime i cui agenti controllavano la lealtà dei cittadini al fascismo, e anche con l'OVRA, che si occupava di indagare e perseguire gli antifascisti.
Nonostante tutti i suoi sforzi, alla fine della guerra gli viene imposto il soggiorno coatto a Positano. In questo isolamento forzato nella sua villa si mette a scrivere il libro di memorie, compilando più di mille pagine manoscritte e dividendo l'opera in due volumi: 1. Bacco e sirene. Memorie di M. Semenov, 1881-1914 e 2. Mulino d'Arienzo. Memorie di un pescatore, 1914-1943. Le due parti sono terminate verso la fine della guerra e subito tradotte in italiano (verosimilmente da Valeria Theja). Il primo volume viene pubblicato inizialmente in russo, a puntate, sulle pagine di "Russkaja Mysl" nel 1950 (con inevitabili tagli, per motivi ideologici, di tutti i passaggi critici verso la Russia prerevoluzionaria, nonché delle scene erotiche). In seguito è pubblicato anche in italiano.
Il secondo volume ha invece un destino più sfortunato: ne rimangono solo il titolo e alcuni capitoli, che corrispondono alle pubblicazioni precedenti sulle riviste. Negli anni 1948-50 Semënov si rammarica nelle lettere a V. Ivanov, I. Bunin e F. Stepun della difficoltà di trovare un editore inglese o tedesco per i suoi libri. Nel 1951 prepara per la pubblicazione presso una casa editrice italiana un album fotografico dedicato a Djagilev e ai Ballets russes, con i suoi commenti, e pensa di compilare una raccolta di "memorie erotiche per la lettura in viaggio"; ambedue i progetti non sono stati mai realizzati.
Dopo la sua morte nel 1952 la villa a Positano viene venduta e il suo archivio finisce dal rigattiere; si conservano solo una piccola parte del carteggio con M. Lelj, editore del settimanale "Omnibus", che pubblica alcune parti di Bacco e sirene, prima dell'uscita del libro completo
Nel testamento Semënov chiedeva espressamente di non essere sepolto, ma messo in un sacco e buttato nel mare lontano dalla riva; questa sua volontà non fu eseguita. Inoltre, egli lasciava una somma di danaro da destinare all'organizzazione di un festoso banchetto annuale per ricordare la sua morte; questa volontà venne eseguita una sola volta, mentre con i soldi rimanenti fu eretto un busto di bronzo sulla sua tomba.

Materiali d'archivio
6.7.1924
S.E. BENITO MUSSOLINI
Presidente del Consiglio dei Ministri - Roma
Mi rivolgo direttamente a Lei con la certezza di avere giustizia.
Io sono suddito russo, residente in Italia da più di vent'anni. Sono storico d'arte, e la mia venuta in Italia aveva per scopo lo studio e la raccolta di materiali per organizzare un Istituto di Storia d'Arte a Pietrogrado. Nell'anteguerra possedevo in Russia delle grandi proprietà, e perciò potevo fare in Italia una vita priva d'ogni ristrettezza. Allo scoppio della guerra mi trovavo a Roma, e siccome avevo già più di 40 anni, non ero tenuto a presentarmi al servizio militare. Nel secondo anno di guerra venne una disposizione del Governo russo, che ai sudditi russi residenti all'Estero non potevano esser mandate dalla Russia più di 500 lire al mese. Così fui costretto di cercare un'occupazione, ed incominciai a collaborare nel giornale monarchico di Pietrogrado "Novoje Vremia"; fra poco diventai il corrispondente romano di questo giornale, e lo rimasi fino all'ultimo giorno della vita di questo giornale. Al principio della rivoluzione bolscevica il mio giornale fu espropriato, ed ora i bolscevichi stampano nella nostra tipografia il loro giornale "Pravda".
Colle mie proprietà successe ancora peggio: sono state completamente distrutte. In una di queste proprietà fu bruciato vivo il mio vecchio zio Paolo de Semenoff. Inoltre, ho perduto diversi parenti di sangue. Un mio nipote, il noto scrittore Leonida de Semenoff, fu brutalmente ucciso dai contadini; un mio cugino, il conosciuto zoologo Raffaele de Semenoff fu annegato in un fiume in presenza del suo figlio minorenne. Una mia cugina, Natalia Grot nata Semenoff, fu anch'essa ammazzata dai bolscevichi, e così pure altri parenti miei. Alcuni altri, che a loro malgrado dovettero rimanere in Russia, giacciono in prigione o muoiono di fame.
Io appartengo ad una nobile famiglia, che ha dato alla Russia buon numero di personalità, d'ogni genere. Mio padre, Nicola de Semenoff, fu senatore dell'lmpero e segretario dello zar Alessandro II, al tempo della liberazione del contadini (19 febbraio 1861); suo fratello, mio zio Pietro de Semenoff, fu senatore, membro del Consiglio dell'Impero, presidente della società geografica russa, celebre esploratore (molte unità geografiche in diverse parti del mondo portano il suo nome), notissimo scrittore di storia d'arte e collezionista (la sua raccolta di quadri fiamminghi fu acquistata dallo zar Nicola II per il museo dell'Eremitage di Pietrogrado).
Non voglio affaticare la Sua attenzione con l'elenco delle numerose altre personalità appartenenti alla nostra famiglia – note ad ogni russo istruito – ma con tutto questo voglio soltanto dire, che io, né per condizione di nascita, né per tradizione, né per opinione personale, posso appartenere all'infausta setta del bolscevichi, creazione delle organizzazioni ebreo-massoniche internazionali, e sento rabbia e orrore quando qualcuno mi vuol prendere per bolscevico.
Finito il lavoro per la "Novoje Vremia", ho trovato occupazione a Roma, come organizzatore ed amministratore in Italia dei Balli Russi diretti dal mio amico Serge de Diaghilev; attualmente direttore del teatro di Montecarlo. Fra l'altro, abbiamo dato a Roma, al teatro Costanzi, un grande spettacolo di gala pro Mutilati Italiani di guerra, ed a Napoli, al San Carlo, cinque rappresentazioni prò Croce Rossa Italiana. Tutti questi spettacoli furono organizzati da me, e ciò possono testimoniarLe il senatore Bergamini, già direttore del "Giornale d'Italia", il senatore San Martino, e Donna Maria Mazzolenl, la quale era presidentessa del Comitato Pro Mutilati.
Trovandomi colla compagnia a Milano, una sera ebbi il piacere di essere presentato nella tipografia del "Popolo d'Italia" dall'amico Martinetti a Lei personalmente.
Ed ecco, dopo tutto questo, cosa mi è successo in Italia. Il Ministero Nitti prese improvvisamente la rlsoluzione di mandar via dal Regno diversi bolscevichi russi, e fra loro, non so per quale malignità fu incluso anche il mio nome, cosicché anche a me un giorno fu comunicato l'ordine del Ministero col quale io dovevo essere espulso dal Regno. Naturalmente, per me non fu difficile dimostrare che si trattava, nel caso mio, di un grossolano equivoco, e quindi fui lasciato libero immediatamente. Ma per poco tempo mi fecero rimanere tranquillo; tra poco, cominciarono nuovi sospetti e nuove persecuzioni, e proprio qualche giorno addietro, precisamente il 30 gennaio u.s., si sono presentati da me ad Amalfi degli agenti di Pubblica Sicurezza, per fare una perquisizione tra le mie carte ed i miei documenti» portando via tutto ciò ch'era scritto in lingue estere. L'indomani mi fu restituita ogni cosa, ed il maresciallo del Carabinieri di Amalfi mi ha dichiarato che la perquisizione aveva avuto esito negativo, e che quindi potevo restar tranquillo (?); lo stesso maresciallo mi disse che ero stato accusato, insieme ad altri forestieri ed un letterato italiano residente a Positano, di spionaggio militare.
Veda, che da Nitti a questa parte le mie cose sono peggiorate!
Essere sospettato di esercitare lo spionaggio! E dove? A Positano! In un paese, in cui non esiste neppure un unico soldato, e nemmeno costruzioni militari o navali, a 40 chilometri di distanza dalla più vicina stazione ferroviaria! E per conto di chi?
Vorrei sapere quale governo estero idiota spenderebbe soldi per tenere per molti anni agenti informatori nei paesi di villeggiatura.
Povera polizia italiana!
Spontaneamente sorge il sospetto che tutto ciò si faccia per discreditare in questi paesi meridionali il Governo Centrale. Già la popolazione della Costiera mormora, che cose simili non sono successe neppure ai tempi dei Borboni.
Io vivo da parecchi anni tra Positano ed Amalfi, in paesi lontani dai centri industriali o strategici; mi occupo esclusivamente della pesca, non facendo del male a nessuno, e cercando, a forza di grandi sacrifici, di guadagnarmi la vita. E' forse questa disgraziata idea di occuparmi della pesca che mi ha procurato tante noie e dispiaceri. Dopo letti i lavori del Prof. Police dell'Università di Napoli, ed i rapporti delle Spedizioni Sperimentali di pesce al Ministero dell'Agricoltura, mi venne l'idea dì dedicarmi alla pesca. Con grandi difficoltà, e con l'aiuto di due Ministeri italiani, ho fatto venire dalla Germania un Cutter da pesca di modello non ancora e sperimentato in Italia, al quale Cutter imposi il nome del mio amico Carlo Scarfoglio. Dal momento in cui questo Cutter di aspetto differente dalle barche italiane giunse a Napoli, incominciarono i sospetti, le denunzie alla Questura ecc., ecc., fino a quest'ultima, ignobile accusa.
Sul conto mio Ella può assumere informazione presso i seguenti, miei intimi amici: Giovanni Papini, Marinetti, Ermanno Amicucci, Carlo e Paolo Scarfoglio, tutte persone certamente conosciute anche a Lei. Sarebbe inutile farLe altri nomi, di numerose personalità del mondo letterario ed artistico italiano, con le quali sono in relazione d'amicizia.
Sono un fervido ammiratore della Sua opera ed un sincero amico del Fascismo, e tante e tante volte, in questi ultimi tempi, io espressi ai miei amici il rammarico di non essere italiano.
Mi creda, Presidente, che simili perquisizioni, eseguite – ciò che ancora le rende più gravi – da agenti inabili ed ignoranti, danneggiano la magnifica opera sua e fanno diffamare il Fascismo nella stampa estera.
 Confido che questo mio scritto riesca ad ottenere da Lei non solo la giustizia che mi è dovuta, ma anche una severa punizione agli autori di tutte queste infamie. ed ebbi la risposta сhe detto permesso non può essermi concesso senza un nulla osta da parte del Ministero dell'Interno. Per mettere fine una volta per sempre a questi continui sospetti e disturbi faccio istanza a S.E. per il rilascio a me dal Ministero Interni di un documento che mi assicuri la possibilità di continuare il mio lavoro in pace.
Roma Sala Stampa presso il Comm. Ermanno Amicucci.
Con considerazione immensa ed ammirazione dev.mo Michele de Semenov
Amalfi, Hotel Riviera 6 febbraio 1924
(Archivio Centrale di Stato, Ministero dell'Interno, Direzione generale di Pubblica sicurezza, busta 107, fasc. A4, Semenoff de Michele/ Semenov Mikhail ed altri).

Prefettura della Provincia di Roma, Gabinetto N°4805 
Risp. a nota 13 corr. N° 016634 R
Al Onorevole Ministero dell'Interno Ufficio Riservato di P.S. - ROMA Riservata
Oggetto: Semenoff Michele fu Nicola e Maria Epancin Pissarev, nato a Mosca il 15.03.1873 abitante Via Alessandro Torlonia 15
Roma, 22 Maggio 1916
Il Giornalista Russo De Semenoff Michele, oggetto della lettera controindicata, risiede in Italia dal oltre 10 anni; è corrispondente da Roma del giornale NOVOE VREMIA di Pietroburgo e frequente assiduamente la sala della stampa a S. Silvestro.
E' piuttosto dedito al vino, in quanto che tutte le sere si reca a bere nella bottiglieria di Remo Farneti in Via del Gambero, ove, sia con giornalisti, sia con altre persone che frequentano quel ritrovo, tiene discorsi sulla nostra guerra, non sempre improntati a simpatia e ad obbiettività per la causa degli alleati. Le sue critiche vivaci sono specialmente rivolte contro l'Inghilterra che accusa di inerzia, perchè si occuperebbe solo di compiere operazioni di strozzinaggio in danno degli altri belligeranti.
Nella sala della stampa poi avrebbe detto che il problema Adriatico non è problema esclusivamente Italiano, in quanto chè alla sua soluzione dovrebbe concorrere necessariamente tutti gli elementi iugoslavi, ed in specie i serbi, che da anni anelano ad avere uno sbocco commerciale e militare nel nostro mare orientale. Nel complesso, mentre mostrasi piuttosto ostile per le nostre aspirazioni nazionali, ostenta una grande ammirazione per i popoli iugoslavi e specialmente per i serbi. Risulta poi ohe nel marzo u.s. si recò a Pozitano in compagnia del pittore Socrate Carlo qui abitante in via Pietralata N°12 e la loro presenza fu segnalata alla Prefettura di Salerno che chiese informazioni alla locale Questura per conoscere se detti individui avessero dato motivi a sospetti di spionaggio.
A Positano il De Semionoff fu raggiunto dalla Signora Valeria Teya fu Vincenzo, proprietaria dello stabile di via Quattro Fontane 147, la quale divisa dal marito, sembra che da qualche anno sia l'amante di detto russo.
Su costui ho disposto una riservata vigilanza e mi riservo di comunicare tutto ciò che in prosieguo si potrà accertare a carico di lui. Il Prefetto
(Archivio Centrale di Stato, Ministero dell'Interno, Direzione generale di Pubblica sicurezza, busta 107, fasc. A4, Semenoff de Michele/ Semenov Mikhail ed altri).


Fonti archivistiche
Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell'Interno, Direzione generale della Pubblica sicurezza, Affari generali e riservati, 1924, cat. A4, busta 107, Semenoff de Michele (Semenov Mikhail ed altri).

Vladimir Kejdan



Indietro
Statistiche